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No virus no cookies

Nel 2250 l’umanità, divenuta ormai completamente dipendente dai macchinari, si ritrova in ginocchio dopo la scomparsa improvvisa del segnale di rete. L’assetto sociale cambia di conseguenza e le persone finiscono per riunirsi in piccole comunità tribali basate sui vecchi condomini, chiamate blocchi.

50 anni dopo, quando ormai il ricordo della rete è sbiadito e le nuove generazioni sono cresciute secondo criteri di vita completamente diversi, il segnale tornerà e alcuni uomini ricominceranno ad usare i vecchi macchinari. Track, un giovane, cercherà di contrastare questo cambiamento all’interno del suo blocco, il 174323, a costo di scontrarsi con la donna che lo ha cresciuto e con la sua più grande amica(e amante) d’infanzia. Comincerà ad allontanarsi dal gruppo, a non riconoscere più la sua funzione sociale. Il suo senso d’identità vacillerà e con esso la sua psiche. Nella sua mente si anniderà il demone della rete, uno spirito in grado di portarlo verso la distruzione di ciò che ha amato e quindi verso la propria autodistruzione.

Ora Track sta cadendo da 117 piani di altezza dritto verso il suolo. Cerca disperatamente di comprendere chi abbia colpa, di capire se la sua morte farà qualche differenza. Se la storia può essere cambiata.

Questo è No virus no cookies. La mia prima drammaturgia completa, uno dei lavori cardine dell’ultimo anno trascorso all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Il testo ha visto una messa in scena in più repliche all’interno dell’accademia e ispira ancora oggi molti dei miei lavori; questo mondo fantascientifico è divenuto un pensiero ricorrente e non è detto che non possa tornare a prendere vita, magari attraverso un sequel teatrale o una trasposizione a fumetti.

Le fasi di ideazione e scrittura sono state seguite da Tatiana Olear, mentre per la messa in scena il lavoro è passato nelle mani del regista Antonio Pinnetti e degli attori Ivano la Rosa, Sara Drago, Sara Dho e Gabriele Gattini Bernabò.
Scene e costumi di Sara Paternicò, Maddalena Colombo, Costanza Baj, Miryam Jacomini.

Poesie a perdere

Nel 2018 ho pubblicato una raccolta di poesie acerbe dal nome “Poesie a perdere”, una sequenza di componimenti in versi liberi che ho scritto tra i 15 e i 25 anni. Poesie noncuranti, poesie stupide, poesie arroganti, adolescenziali, inconsapevoli degli strumenti poetici, poesie acerbe, per l’appunto. Eppure, proprio da questo limite di giovinezza, sono esplose situazioni e riflessioni che mi stupiscono ancora adesso, come GNAGNA.

GNAGNA
Istinto istrionico e sbam!
Sotto coi versi!
Fanculo alla costrizione delle lettere
non concedo significato
all’importanza del significato
non ha mai significato
se ci pensi un poco
vuol dire che ci hai pensato
hai sbagliato!
Tu chi?
Tu lettore, comunista, frocio, dadaista
scrittore di commedie tristi?
non piangerti addosso

Ci penso io
a sbrodolarti rime sul maglione
rime baciate da Augusto coglione
Ti piacciono? Sono salate.
Ci riempiamo il caffè noi poetucoli
quindi saltinbanchiamo
tra angeli, mirrificando situazioni banali
vergo vergate
e qui mi incazzo
e qui lo dico
e qui lo nego
perciò vi prego
prestatemi ascolto
tanto non avete un cazzo da fare
Visto che potete fare tutto
farvi tutto
farvi i cazzi di tutti
O Musa! Ispirami infinite quotidianità
da smerciare al prossimo!
Zuccheravvelami d’amore in tutte forme!
Sculacciami, gnocca del Parnaso!
che poi di naso poco me ne intendo
altro che Dante l’elefante
di proboscide prominente
mi gusto perfetti endecasillabi
come, non li vedete?
eppure conto le sillabe
e collego e mi incupisco
mi flagello e non capisco
vorrei la terra piatta
vorrei la terra piatto
degli avanzi di Dio
lasciati ai cani
ecco quindi la mia poesia squilibrata
che balla tranquilla
sul filo dell’universo
che si aggomitola tra
Possiamo
Vogliamo
Crediamo
Dormiamo
Ronziamo
Sbadigliamo
Grattiamo
Indugiamo
In questa noia astratta fatta di esplosioni

Così mi viene da scherzare sulla letteratura e sul mondo, che sembrano un grande gioco le cui regole a volte non riesco ad afferrare del tutto. Non a caso la poesia “Gnagna” fa parte di una sezione della raccolta chiamata “Giochiamo” insieme ad altri componimenti che parlano di cose interessanti come la costiera adriatica e tirrenica, il ramarro che si nasconde in casa mia o il temibilissimo quaquaraqquà.
Si vede, specialmente in questa sezione, quanto io deva al mondo del teatro mentre scrivo. Molti dei componimenti infatti sono stati creati pensando a come sarebbero stati letti ad alta voce, basandosi spesso sui suoni e sui ritmi, perfino sul modo di interpretarli.
Le altre sezioni della raccolta sono “Giorni” e “Sbrunfismi”. La prima racconta di quei momenti in cui il fatto di non capire le regole del gioco non mi procura ironia, bensì alienazione e distacco dal mondo. L’alienazione arriva all’improvviso. Durante una festa, mentre si sta seduti al gabinetto o sul terrazzo della propria casa incastonata vicino a mille altre in una città che non sentiamo nostra.
Di amore hanno parlato tutti e lo hanno fatto con alterne fortune, ma l’amore è un tema che sfugge spesso alla mia capacità di tramutarlo in parole e di farlo poggiare sulla carta. Anche nella distanza la mia mente cerca di nascondere il ricordo delle persone amate per non soffrire della loro assenza.
L’immagine e il pensiero di una donna, però, sfugge a questa mia regola non scritta. A lei ho dedicato la terza sezione dell’opera, “Sbrunfismi”, per i mille modi strani e affettuosi con cui l’ho chiamata e in qualche modo invocata se non era presente. Si trovano quindi in questa sezione quattro poesie, non titolate, di assenza di lei.
L’opera è stata pubblicata da Ensemble Edizioni ed è stata presentata finora a Roma, Milano, Lecce, Urbino e San Giovanni in Persiceto, attraverso un tipo di presentazione quasi sempre informale ed atipica, basata su una lettura interpretata e teatrale dei testi accompagnata da intermezzi e interventi musicali. La buffa copertina è stata disegnata su mia richiesta da Sara Paternicò.

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